Lui & Lei
La vedova della porta accanto – Capitolo 3
Lone_wolf76
06.10.2025 |
4.642 |
3
"Ci muovevamo come se il tempo fosse sospeso, come se non dovesse esistere un dopo..."
Non la vedevo da giorni. Il giardino di lei era in ordine, come sempre, ma la casa sembrava più silenziosa, quasi svuotata. Una sera trovai una busta nella mia cassetta della posta: il suo nome, scarabocchiato con una calligrafia elegante.Mi invitava a cena. “Domani sera, alle otto. Vorrei salutarti come si deve.”
Lessi quella frase più volte. “Salutarti.” Capivo. Sapevo che sarebbe stato l’ultimo incontro.
Quando entrai a casa sua, la trovai diversa. Le tende aperte, la luce calda, il tavolo apparecchiato con cura. Sul piano della cucina, una bottiglia di vino già stappata. Lei indossava un abito nero corto, semplice ma deciso, che le disegnava le curve come una promessa. I capelli sciolti, il rossetto rosso. Profumava di vaniglia e malinconia.
«Allora è vero,» dissi guardandola.
Lei sorrise piano. «Vado via. Mia sorella ha bisogno di me. Ha avuto dei problemi di salute, e… ho deciso di raggiungerla al nord. La casa è in vendita.»
Annuii, ma dentro sentii un vuoto. «E non tornerai?»
«Non lo so. Ma volevo… che non finisse così, con un saluto frettoloso in giardino.»
Cenammo parlando poco. Ogni gesto, ogni sguardo aveva un peso preciso, come se volessimo imprimere nella memoria ogni minimo dettaglio. Le sue dita, quando mi porgeva il bicchiere, tremavano appena.
Dopo cena, si alzò e spense la luce, lasciando solo quella del corridoio.
«Vieni.»
La seguii in camera. Tutto era in ordine, ma sul comò c’erano due valigie già chiuse. Mi sedetti sul bordo del letto. Lei si fermò davanti a me, le mani che giocherellavano con l’orlo del vestito.
«Non voglio piangere,» sussurrò.
«Allora non farlo,» le dissi.
Mi chinai e la baciai. Un bacio lungo, denso, che sapeva di addio. Le mie mani scivolarono sulle sue cosce, il tessuto che si sollevava piano. Lei gemette piano, poi si lasciò andare, il corpo che cercava il mio come se avesse atteso quel momento per giorni.
Mi spinse piano sul letto, si inginocchiò sopra di me e mi baciò con una fame diversa, più consapevole, più matura. Il suo respiro era caldo, la pelle vibrante sotto le mie dita. Si spogliò lentamente, lasciando cadere il vestito a terra. I suoi seni pieni si muovevano con il ritmo del respiro, i capezzoli tesi.
Non c’erano più esitazioni. Solo bisogno.
«Voglio ricordarti così,» mi disse, la voce roca.
La presi tra le braccia e la feci sdraiare sotto di me. Le mie labbra percorrevano la sua pelle, il collo, il petto, l’addome. Lei gemeva piano, muovendosi appena. Quando la penetrai, il suo corpo si tese, poi mi accolse lentamente. Il ritmo nacque da solo, naturale, fatto di sospiri, di carezze forti, di parole spezzate.
«Così… sì… voglio sentirti tutto,» sussurrò, aggrappandosi alle lenzuola.
Ci muovevamo come se il tempo fosse sospeso, come se non dovesse esistere un dopo. Quando sentii il suo corpo fremere, mi strinse forte, i gemiti che diventavano quasi un pianto. Poi si girò, si mise a carponi e mi guardò sopra la spalla.
«Voglio che mi prendi così. L’ultima volta.»
Le mani sui suoi fianchi, il corpo che si incurvava perfetto davanti a me. Entrai di nuovo in lei, più profondo, più lento, godendo di ogni attimo, del calore, del suono del suo piacere che riempiva la stanza. Poi le sue parole, sussurrate con un filo di voce:
«Prendimi tutta, anche dove non mi hai mai avuto… voglio che resti solo tuo, stanotte.»
Fu un dono, un atto di fiducia assoluta. La penetrai piano, lei si tese, poi si aprì a me, accogliendomi con un gemito strozzato che divenne presto piacere puro. La presi così, lentamente, fino a perdermi nel suo corpo e nel suo respiro.
Quando finì, restammo immobili, le mie mani ancora sui suoi fianchi, il suo corpo caldo contro il mio.
Lei si voltò e mi guardò. «Non dire niente. Lascia che resti così.»
Il silenzio riempì la stanza, solo il ticchettio dell’orologio e i nostri respiri.
Mi alzai piano, mi rivestii. Lei restò nuda sul letto, gli occhi lucidi ma non tristi.
«Promettimi solo una cosa,» disse.
«Cosa?»
«Che non mi cercherai. Lascia che resti un bel ricordo, anche se finto. Le illusioni a volte fanno meno male della realtà.»
Uscendo, mi voltai ancora una volta. Lei era lì, sdraiata, il lenzuolo che le copriva appena il corpo. Mi sorrise. Un sorriso che valeva un addio.
Da quella notte non l’ho più vista.
Ma ogni volta che passo davanti a quella casa vuota, mi sembra ancora di sentirla respirare dietro una finestra socchiusa.
Forse non è mai andata davvero via.
O forse, semplicemente, certe storie vere restano sospese per sempre, come una bugia dolce che non vuoi smettere di credere.
Questa è la fine di una storia realmente vissuta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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